Io sono l’anima ebbra
L’epicureo assolto
Sono l’apice perso
Il ventriloquo sommerso
Sono la vedova scaltra
Il mausoleo devoto
Sono l’oceano indiano
Il fiume, il maremoto, lo scroto
DARE VOCE AL CORPO
DARE CORPO ALLA PAROLA
Lo scrittore Hugo Rahner suggerisce che il “massimo grado di perfezione raggiungibile dall’essere umano consiste in quel complesso di levità spirituale, padronanza istintiva del corpo ed eleganza delle cognizioni alla quale abbiamo dato il nome di gioco. E’ proprio qui che l’individuo realizza la partecipazione alla natura divina, anche se appesantito dalle scorie terrene”. L’individuo realizzato è un ludi magister, un maestro del gioco. In fondo l’essere umano è ‘il giocattolo di Dio’, come lo definisce Platone. L’homo ludens è colui-colei che gioca con la creazione, colui-colei che compie il proprio destino e non si oppone al miracolo della vita, attraverso il ricorso sistematico alla regola e al giudizio, tediato dalle convenzioni, attore e non solo osservatore-spettatore degli eventi.
Cosa avviene quando entriamo in scena? Apriamo gli occhi una seconda volta, torniamo a nuova vita, diventiamo voce del mondo, aperti all’esperienza, vulnerabili alla bellezza e all’incontro con l’altro. Attore è colui che agisce. In quanto specchio e testimone del mondo, si assume la responsabilità di dare voce ai bisogni inespressi della comunità. Non si limita a starsene fuori, a giudicare, osservando. Entra audacemente in gioco, e in questa azione si riconosce e disconosce, aggiusta il tiro, vive. Lo spazio teatrale, una riserva, è un luogo dove la comunità si riconosce, è spazio di libertà e di innovazione, ma anche spazio sacro al mito, dove entrare in contatto con la magia e la verità del mondo, luogo privilegiato per una riflessione umana condivisa. Giocando a identificarsi e dis-identificarsi l’attore apprende a scindere il superfluo da ciò che ha peso, connesso alla propria matrice espressiva più autentica, alla sua più intima natura.