Liberate i bambini
Una cosa che mi provoca grande tristezza é vedere i bambini esibirsi in TV o su un palco. Non faccio una valutazione in merito al loro potenziale talento ma alle possibili conseguenze psicologiche di una tale diffusa sovraesposizione pubblica o mediatica. E parlo con cognizione di causa, non nel ruolo di giornalista e divulgatore ma in qualità di formatore. Diversi anni fa ho dato vita a una disciplina denominata ‘teatroterapia ludica’, protesa ad aiutare le persone e i ragazzi a disinibirsi, a esprimersi, a perdere la paura di comunicare la propria autenticità. Ho avuto la possibilità di lavorare con giovani e adulti, ma anche con ricercatori del CCR di Ispra, di varie nazionalità, validissimi nel lavoro ma a volte in difficoltà di fronte alla necessità di comunicare e condividere le proprie esperienze e competenze. Chi sa lavorare in gruppo, attraverso il ‘brainstorming’ crea una crescita esponenziale delle idee. Insegnando teatro ai ragazzi delle scuole medie, sono invece entrato in disaccordo con quegli insegnanti amanti del classico ‘saggio finale’, che io trovo spesso superfluo: ciò che conta è il viaggio, non la meta. Il teatro é uno strumento di espressione, di comunicazione emotiva, un mezzo utilissimo in cui i ragazzi possono permettersi di uscire dagli standard comportamentali, dalle interazioni comuni e dai ruoli conformati, per manifestare la propria personalità sfaccettata e la loro creatività, non una forma di esibizionismo narcisistico, per il compiacimento degli adulti, degli insegnanti o dei ragazzi stessi. I bambini sono spesso troppo fragili per affrontare il pubblico, alcuni soffrono, altri si inorgogliscono mentre i loro genitori li spronano o si montano la testa. Alice Miller, autrice di libri straordinari come ‘il dramma del bambino dotato’ ha scritto che gran parte dei presunti bambini prodigio finiscono a 20 anni dallo psicoterapeuta. A questi ragazzi spesso è impedito di essere se stessi, costretti a essere altro da sé, ovvero ciò che si voglia diventino, delle piccole star, degli outsider, gravati dalla responsabilità di esibirsi in una performance, alla ricerca dell’eccellenza a ogni costo, spinti dall’orgoglio spesso inappagato dei genitori, che li vorrebbero bravi e vincenti, umiliandoli quando si presume falliscano. I bambini devono avere la possibilità di giocare, inventarsi il mondo e noi possiamo solo essere semplici facilitatori in grado empaticamente di intuirne le inclinazioni e i talenti, per aiutarli a essere se stessi, autentici e felici. Lo stesso vale per coloro che praticano sport agonistici, dove il trainer li aiuti a riconoscere i propri limiti e il valore dell’umiltà. I ragazzi non imparano dalle parole ma degli esempi, detestano l’autoritarismo ma riconoscono l’autorevolezza, l’onestà e la sincerità. E non serve certo incentivare ulteriormente la mitizzazione del successo e la sindrome di onnipotenza serpeggiante, una difesa virtuale contro la vulnerabilità, che, contrariamente a quanto comunemente si pensi, non è un sintomo di debolezza, ma il veicolo della condivisione e del senso di appartenenza alla comunità.I l gusto diffuso per la performance è una forma inadeguata allo sviluppo del sé. La nostra ossessione per il risultato a ogni costo è il retaggio di una cultura anacronistica e paleozoica. Questo non significa che non si debba apprezzare la performance di un centometrista o lo sforzo spasmodico di un ciclista professionista, ma è fuori luogo attribuire allo sport agonistico e all’esibizione una valenza educativa e formativa di alto profilo. Lo sport e l’arte sono strumenti di evoluzione personale e di espressione creativa, non occasioni per eccellere. La sfida è con se stessi e non con gli altri, e il vero successo consiste nel diventare ciò che si è potenzialmente, non le proiezioni dei nostri genitori o di chi si inorgoglisce nel plasmarci, preoccupandosi della riuscita dell’evento e non dell’esperienza in sé.

